Encyclopaideia – Journal of Phenomenology and Education. Vol.29 n.73 (2025), 81–83
ISSN 1825-8670

Roberta De Monticelli, Francesca Forlé, La felicità dello spettatore. Lezioni di estetica fenomenologica, Garzanti, Milano, ISBN 978-88-11-01397-6, pp. 291, 2024

Marco DallariUniversità degli Studi di Trento (Italy)

Pubblicato: 2026-02-24

Il titolo che Roberta De Monticelli e Francesca Forlé hanno scelto per questo volume, che raccoglie tredici lezioni di estetica fenomenologica, è già un’esplicita dichiarazione metodologica ed epistemologica. Le autrici ci ricordano che il fine dell’estetica, secondo il suo fondatore Alexander Gottlieb Baumgarten, è “la perfezione della conoscenza sensibile in quanto tale” (p. 28), anche se nella tradizione estetica a lui successiva abbondano le riflessioni sulle opere d’arte e scarseggiano quelle che riguardano la dimensione di quella percezione estetica enattiva che non è semplice reazione a uno stimolo ma è azione, partecipazione emotiva e incarnata, conquista cognitiva situata. Ed è appunto questo che caratterizza lo spettatore, quello che la tradizione semiologica definisce ricevente, altrettanto importante e determinante dell’emittente, perché senza la collaborazione percettiva, ermeneutica ed emozionale fra autore e fruitore non ha luogo l’evento estetico, necessario perché la cosa stessa (l’opera – cosa) possa essere intenzionale, accedere a un orizzonte di senso.

Le autrici in apertura si pongono una domanda preliminare: che cosa intendiamo con il termine “estetica”? La risposta è triplice:

  1. lo studio del bello (storicamente, la metafisica della bellezza);

  2. la filosofia dell’arte;

  3. la teoria della conoscenza sensibile (da aisthesis “percezione” e aisthanomai “percepisco”) (p. 25).

E notano come oggi valga la pena ripristinare e valorizzare la terza accezione, forse la più vicina alle intenzioni del fondatore dell’estetica, poi storicamente trascurata, proprio in nome di un approccio autenticamente e compiutamente fenomenologico. Un’esperienza, quella estetica, che può trovare nel rapporto con l’universo artistico una sua dimensione esemplarmente paradigmatica, ma che può configurarsi significativamente in un ambito ben più ampio nell’incontro con ogni “altro da sé”, dagli oggetti d’uso agli aspetti visibili e sonori dell’ambiente naturale, fino all’alterità misteriosa e segreta che alberga in ciascuno di noi.

Ma che cos’è, per rimanere ancora nei paraggi del titolo del saggio, che rende lo spettatore felice? È il carattere “felicitante” dell’esperienza estetica, la caratteristica emotivamente gratificante dell’evento estetico, esemplificabile, secondo le nostre autrici, con l’evento rappresentato dall’applauso, capace di testimoniare una risposta estetica e un sentimento di gratitudine anche al teatro tragico, al teatro dell’assurdo, perfino alla

profonda e desolata nostalgia di morte che si esprime nel ciclo del Viaggio d’inverno di Schubert (p. 57).

Ed è proprio questo senso di felicità ad aiutarci a comprendere

l’analogia fra l’atteggiamento estetico e la mossa inaugurale del metodo fenomenologico […] e che possiamo chiamare modificazione dell’atteggiamento naturale (p. 63).

Tale modificazione consiste nella capacità di adottare l’epochè come risorsa irrinunciabile di pensiero e di giudizio, e comporta la riduzione a fenomeno dell’evento in atto.

L’esperienza di felicità conferma e valida così

il modo di presenza specifico dell’oggetto estetico in tutta la sua profondità, il suo essere una “finestra su altri mondi” (p. 129)

ed è la capacità di praticare

il vedere esemplare, il tipo di “esperienza” tipico della filosofia (p. 132).

L’informazione estetica fenomenologicamente intesa, continuano le autrici, riguarda più il come che il cosa: la pittura, ad esempio, ci insegna a vedere, ci aiuta a liberare la percezione da una funzione eminentemente pratica. L’artista aumenta il valore del mondo sviluppando quelle funzioni dello spirito che – come ci ricordano De Monticelli e Forlé citando Max Scheler – ci insegnano a vedere, ad ascoltare, a comprendere il nostro mondo interiore nel linguaggio del poeta.

L’estetica fenomenologica, d’altra parte, in continuità con la concezione kantiana ma anche con la tradizione romantica, assegna un ruolo primario all’immaginazione. Questo assunto è particolarmente esplicito ed evidente in Jean Paul Sartre, per il quale, ci ricordano le autrici, l’oggetto estetico è per definizione oggetto immaginario.

D’altra parte possiamo certamente dire che per Sartre l’immaginazione è in un certo senso la coscienza intera in quanto realizza la propria libertà (p. 141).

Ed è a questo punto che l’incontro di fenomenologia ed estetica legittimano l’esistenza e il ruolo del figurante, configurazione grafica o cromatica o plastica o sonora o coreutica o scenica o verbale di qualcosa, che ha la funzione di “rendere presente” a ciascuno un altro da sé attraverso un insieme di dati sensibili passibili di essere strutturati enattivamente e dare luogo a una “presentificazione intuitiva”. Il figurante ha dunque natura di significante, non ha semplice funzione referenziale e denotativa, non è come una parola detta per indicare, che perde l’effetto emotivo della sua presenza una volta decodificata e compresa. Come accade nell’opera d’arte,

le qualità percepibili del figurante sono essenziali alla presenza del figurato: con una formula, possiamo dire che il significante non sparisce davanti al significato (p. 158).

Particolarmente significativo, nell’economia di questo saggio, appare il capitolo dedicato allo “spettatore dilettante”, la cui figura è opportunamente messa in discussione nella consapevolezza di come, a fronte della indiscutibile legittimità dell’essere artisti dilettanti,

ci voglia un’expertise per esperire, che la recettività, la capacità di ascolto, di sguardo, di lettura, vada educata (p. 161).

Un’affermazione, questa, che oltre a contraddire opportunamente la convinzione dilagante secondo la quale l’acquisizione di capacità e competenze è riservata esclusivamente alla sfera del fare, della produzione, della performance, deve indurci a riflettere su come il mondo dell’educazione, scolastica ed extrascolastica, sia finalmente addivenuto alla consapevolezza dell’importanza dell’educazione emozionale e del ruolo essenziale dell’intelligenza emotiva, per quanto queste non informino la didattica, ma rimangano ad oggi un obiettivo auspicabile o tutt’al più dei percorsi a se stanti. Di fatto sono però ancora rare le occasioni in cui sia evidenziata la consapevolezza del legame indissolubile fra sfera emozionale e dimensione estetica, e di come lo strumento più idoneo ad educare la competenza emozionale sia soprattutto quell’expertise per esperire che può derivare solo dall’incontro costante con l’esperienza estetica.

Il corso continua, di pagina in pagina, di lezione in lezione, e la lettura è una vera esperienza formativa e iniziatica, a volte sorprendente, come quando le autrici affrontano il problema dell’empatia, termine spesso banalizzato e frainteso, distinguendo l’empatia estetica dagli altri possibili modi d’intenderla; fino all’appendice, dedicata da Roberta de Monticelli a Dietrich von Hildebrand, considerato fonte autoriale fondamentale, non a caso già incontrato nelle prime pagine del testo e sostenitore di un’idea di bellezza come chiave d’accesso al divino e come Imbegriff aller Werte, quintessenza di tutti i valori.