Andrà tutto bene?

Encyclopaideia – Journal of Phenomenology and Education. Vol.24 n.56 (2020)
ISSN 1825-8670

Andrà tutto bene?

Daniele BruzzoneUniversità Cattolica del Sacro Cuore (Italy)

Published: 2020-05-22

“Crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere.”

(A. Gramsci, Quaderni dal carcere, 1948-1951)

A quanto pare, che il termine “crisi” in cinese significhi al tempo stesso “opportunità” è un luogo comune piuttosto infondato. Fu forse il presidente americano John Fitzgerald Kennedy a rendere famosa questa affermazione, e tuttavia – ancorché suggestivo – si trattava di un equivoco. La parola 危機 (weiji, crisi) è composta infatti da due ideogrammi: 機 (ji) rappresenta un oggetto ligneo, più precisamente un telaio (quindi una macchina, un ingranaggio). Ma ciò che determina il significato della locuzione è il carattere 危 (wei) che denota un pericolo, qualcosa di rischioso e di difficile gestione. Il significato di 危機 non è, dunque, “opportunità”, bensì “meccanismo pericoloso”. Potremmo dire, nella migliore delle ipotesi, che “crisi” indica un “momento cruciale”, il cui esito è tuttavia assolutamente incerto. Del resto, anche l’etimologia greca (da krino, separare, giudicare) suggerisce un prudente discernimento, più che un ottimismo ingenuo.

In effetti tutti sappiamo (e forse qualche volta lo abbiamo sperimentato in prima persona) che una congiuntura critica, un momento difficile, perfino estremo, possono essere paradossali occasioni di apprendimento e di cambiamento. Lo psichiatra viennese Viktor Frankl, con l’autorevolezza del sopravvissuto a quattro campi di concentramento, osava affermare perfino che la sofferenza può essere fonte di crescita, maturazione e arricchimento personale (Frankl, 2001, p. 143), soprattutto quando si riesce a “metabolizzarla” trasformando quel “materiale grezzo”, che è la situazione in cui ci si trova, in una prestazione spirituale, attraverso l’esercizio dell’atteggiamento: “chi soffre non può più formare il suo destino dall’esterno, ma la sofferenza gli consente di dominare il destino dall’interno, trasportandolo dal piano della fatticità a quello dell’esistenzialità” (Frankl, 1998, p. 82). Sono parole che forse soltanto chi ha attraversato la landa desolata del dolore riemergendone incolume può pronunciare senza leggerezza. Ma a ben vedere in esse è insito un elemento ottativo che non dovremmo mai trascurare: una situazione critica può insegnarci qualcosa, ma non necessariamente. Un momento critico può essere un momento opportuno, ma non è automatico. Dipende da noi e, probabilmente, dal contesto in cui ci troviamo: da noi perché, in fondo, ciascuno affronta i casi della vita con le risorse che ha coltivato preventivamente; dal contesto perché l’ambiente in cui siamo immersi può stimolarci a dare il meglio e sostenerci nello sforzo o, al contrario, inibire anche le nostre migliori intenzioni.

L’emergenza pandemica dovuta alla diffusione incontrollata del Covid-19 ha precipitato intere città in uno stato di “sospensione”, di isolamento e di costrizione che non ha precedenti nella memoria recente. Dalla prospettiva inattesa e sconcertante di questo inedito lockdown, l’esistenza sembra essersi arrestata, per molti se non per tutti, e per un tempo ancora difficile da prevedere. La fatica del confinamento, la preoccupazione per la salute propria e altrui, lo sforzo innaturale del distanziamento sociale (o il logoramento quotidiano di una convivenza senza soluzioni di continuità), i disagi dello studio online o la difficoltà del telelavoro (che la retorica eulogistica dello smart working non riesce a restituire nella sua complessità), l’incertezza sul futuro e sulle ricadute a lungo termine delle misure intraprese: sono solo alcune delle implicazioni con le quali tutti, chi più chi meno, abbiamo a che fare da diverse settimane ormai.

Le questioni pedagogiche connesse a questa situazione sono molteplici e investono, in particolare, le famiglie e la loro capacità di riorganizzare una quotidianità imprevista, rinegoziando spazi e tempi, risignificando le relazioni interpersonali e, non di rado, facendo esercizio di creatività. Le domande che i genitori si pongono in questo frangente sono tante: come salvaguardare o riconquistare brandelli di normalità nel naufragio delle abitudini e delle certezze? Con quali parole accompagnare i più piccoli a fare esperienza di cose spiacevoli (la solitudine, la paura, la malattia, la morte) da cui in genere tendiamo a tenerli lontani? Che cosa fare con gli adolescenti, resi irascibili (o apatici, a seconda dei casi) da una reclusione che impedisce loro la libertà di movimento, la possibilità di fare gruppo e tutto ciò a cui è legata la loro esigenza di autonomia? Come gestire la scuola a distanza (magari per più figli di età differenti) senza che diventi un’ossessione frustrante e improduttiva?

Anche gli insegnanti, del resto, non vanno esenti da dubbi e interrogativi radicali: è possibile affrontare la ristrutturazione della didattica non come un palliativo temporaneo bensì come una concreta occasione di sperimentare modi diversi di insegnare e di apprendere? Saremo capaci di conservare una qualità della relazione educativa che (paradossalmente) proprio nel venir meno della prossimità diventa più che mai decisiva? In che modo è possibile mantenere viva la dignità dello studio, la curiosità e la motivazione dei ragazzi, ai quali le istituzioni non hanno saputo che offrire la rassicurante eppure sconsolante garanzia che quest’anno “nessuno sarà bocciato”? E soprattutto: siamo sicuri che la scuola (o l’università) a cui non vediamo l’ora di tornare debbano essere ancora le stesse o non varrebbe forse la pena di chiedersi in che cosa dovremmo cambiarle?

Il prof. Frankl diceva che le persone sono in grado di resistere, di non perdere la propria integrità e, soprattutto, di continuare a crescere nelle situazioni-limite della vita, a patto che abbiano un significato da realizzare, un obiettivo da perseguire che garantisca un senso e una direzionalità alla vita, “nonostante tutto” (Frankl, 2017). In questa auto-trascendenza, infatti, sta l’essenza dell’esistenza. Se vogliamo aiutare coloro che stanno nella prova, la cosa migliore che possiamo fare non è dispensare loro una tranquillizzante o illusoria consolazione, ma sollecitarli a farsi responsabili. La ragione di questo principio, apparentemente molto esigente, è in effetti piuttosto semplice: chi si assume la responsabilità di qualcosa o di qualcuno, infatti, sfugge alla passività di chi subisce un destino non scelto e assume nei suoi confronti una posizione proattiva, recuperando così una quota di potere.

Anche i più giovani, in misura congruente con la loro età e il loro livello di sviluppo, possono dunque essere coinvolti e responsabilizzati nelle sfide che le circostanze attuali comportano: quella di partecipare alla vita domestica in modo più attivo e collaborativo; quella di riempire di contenuti il proprio tempo libero affinché non sia solo tempo “vuoto” o tempo “perso”; quella di sacrificarsi per un bene più grande (la salute di ciascuno) che richiede l’impegno di tutti; quella di sentirsi parte di un’umanità senza confini che insieme lotta per il valore assoluto della vita.

I ragazzi, del resto, sono pieni di risorse: forse, pur restando in contatto ininterrotto con gli amici e i compagni di scuola tramite smartphone e social media, impareranno una volta per tutte, dalla nostalgia per la loro presenza “in carne ed ossa”, che proprio ciò che avevano dato per scontato fino a trascurarlo è davvero insostituibile; oppure, grazie ai loro insegnanti migliori (o nonostante quelli peggiori), intuiranno che nel supplemento di autonomia e di responsabilità richiesto dal flipped learning c’è anche il gusto di un maggior protagonismo; magari, con loro stessa sorpresa, scopriranno che, quando l’esplorazione del mondo esterno è impraticabile, ci sono perlustrazioni più intime in cui avventurarsi, faranno amicizia con la solitudine e impareranno a conoscere meglio se stessi; infine, riflettendo sulla strutturale fragilità dell’essere umano e delle sue acquisizioni, diventeranno probabilmente più consapevoli e più saggi, forse perfino più solidali.

Forse. Perché, come si diceva all’inizio, una crisi non è di per sé un’opportunità; lo può diventare se, insieme, ci si fa carico di una risposta. Si continua a ripetere – forse auspicando che possa risollevare il morale della gente – che “andrà tutto bene”. A dire il vero, finora per molti le cose sono andate in tutt’altro modo. E per altri, probabilmente, troppo bene non andranno. Ma non sarà andato “tutto male” se nel computo delle perdite (forse incalcolabili) potremo includere anche qualche guadagno significativo. Se andrà “tutto bene”, o almeno in parte, dipenderà da ciascuno di noi: da quanto sapremo tener vivi i valori più alti, da quanto saremo disposti a metterci in discussione per migliorare noi stessi, da quanto saremo capaci di sacrificare le prerogative di parte per il bene comune. Se questa crisi darà vita a una grande impresa comunitaria, potrà davvero diventare un potentissimo laboratorio educativo. Altrimenti, sul piano pedagogico, ma anche su quello sociale, economico, politico, sarà un fallimento senza precedenti. Un “momento cruciale” comporta anche questo rischio.

Forse, da questo punto di vista, il focus contenuto in questo numero di Encyclopaideia, che raccoglie i materiali del seminario su “Fenomenologia, politica, educazione” realizzato all’Università Cattolica di Piacenza l’8 giugno 2019, ha una sua (insospettata, ai tempi) pertinenza rispetto a quanto stiamo vivendo, soprattutto in considerazione delle ripercussioni sociali, economiche e – non da ultimo – politiche che il protrarsi di questa situazione potrebbe comportare nel nostro paese e sul piano internazionale.

È un ulteriore invito a fermarsi e pensare – ora che almeno al primo verbo siamo in qualche modo costretti. Se non lo facciamo, come ammoniva Antonio Gramsci, il nuovo stenterà a vedere la luce.


La direzione di Encyclopaideia ringrazia i valutatori che hanno assicurato un efficiente e qualificato processo di peer review nell’anno 2019:

Alessandra Augelli, Andrea Bobbio, Natascia Bobbo, Gabriele Boselli, Malte Brinkmann, Livia Cadei, Marnie Campagnaro, Alessandra Carenzio, Laura Cavana, Antonia Cunti, Anna Debè, Luana Di Profio, Roberto Diodato, Liliana Dozza, Roberto Farnè, Sabrina Fava, Ilaria Filograsso, Massimiliano Fiorucci, Ivano Gamelli, Mariangela Giusti, Giorgia Grilli, Cristina Lisimberti, Linda Lombi, Elena Madrussan, Silvia Maggiolini, Giovanna Malusà, Berta Martini, Davide Massaro, Katia Montalbetti, Paola Milani, Elisabetta Musi, Christoffel Myburgh, Alba Giovanna Anna Naccari, Elisabetta Nigris, Giuseppe Polimeni, Antonia Chiara Scardicchio, Chiara Sità, Marcella Terrusi, Marco Ubbiali, Annalisa Valle, Elena Zanfroni, Lucia Zannini.

Riferimenti bibliografici

Frankl V. E., (1998). Homo patiens. Soffrire con dignità. Brescia: Queriniana.

Frankl V. E., (2001). Logoterapia e analisi esistenziale. Brescia: Morcelliana.

Frankl V. E., (2017). L’uomo in cerca di senso. Uno psicologo nei lager e altri scritti inediti. Milano: FrancoAngeli.

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