Fausta Sabatano e Gennaro Pagano, Libertà marginali. La sfida educativa tra devianza, delinquenza e sistema camorristico, Guerini Scientifica, Milano, ISBN 9788881074280, 192 pagine, 2019

Encyclopaideia – Journal of Phenomenology and Education. Vol.24 n.57 (2020)
ISSN 1825-8670

Fausta Sabatano e Gennaro Pagano, Libertà marginali. La sfida educativa tra devianza, delinquenza e sistema camorristico, Guerini Scientifica, Milano, ISBN 9788881074280, 192 pagine, 2019

Simona FinettiUniversità Cattolica del Sacro Cuore (Italy)

Published: 2020-08-26

È un’autentica passione educativa a muovere la scrittura di Fausta Sabatano, pedagogista e docente, e Gennaro Pagano, psicologo e psicoterapeuta, autori lungimiranti di un testo frutto di quella stessa sinergia tra teoria e prassi che sostengono essenziale per il lavoro educativo nelle loro pagine (pp. 96-98). Libertà marginali scaturisce infatti da anni di ricerca accademica, lavoro sul campo ed esperienza maturata presso il Centro Educativo Regina Pacis di Pozzuoli (NA) e la Casa di accoglienza Papa Francesco, che ospita e sostiene nel loro percorso giovani detenuti e minori non accompagnati.

Il volume nasce dal connubio di professionalità complementari e interdipendenti ai fini di interventi efficaci ed è frutto di un lavoro concertato per intero tra i due autori, che garantisce una struttura armonica e omogenea.

Da oltre 15 anni Sabatano si occupa di formazione ed educazione in contesti di disagio sociale, marginalità e devianza, con particolare attenzione al tema dell’inclusione come scelta etica. Nei suoi testi sottolinea l’importanza del lavoro su se stessi, sulle competenze trasversali e riflessive, perché soltanto un adulto capace di mettersi in gioco e di fornire un esempio coerente in prima persona può essere riferimento efficace per bambini e ragazzi che mancano di modelli positivi e rischiano di perdersi nell’intraprendere la via più facile e redditizia ai loro occhi.

Pagano è esperto di psicologia della devianza e si occupa dei giovani nel sistema camorristico e in un’ottica di prevenzione. Approfondisce nel testo i temi di natura psicologica, con un affondo sul lavoro di comunità, dove l’intervento psicologico è presente a tre livelli: sostegno ai giovani ospiti, formazione di competenze negli educatori e supervisione per l’équipe (pp. 143-146).

Il libro è esplicitamente dedicato agli educatori che lavorano tenacemente ai margini e ai ragazzi, sia quelli che hanno avuto il coraggio di diventare protagonisti del proprio cambiamento, sia quelli che non ce l’hanno fatta. Traspare sin dall’inizio quella insecuritas di bertoliniana memoria che è costitutiva dell’educazione e rende il senso di colpa, la frustrazione e il fallimento esperienze inevitabili a chi si spende nel campo educativo (p. 158), ma non per questo ragione per mollare la presa, semmai stimolo per continuare a co-costruire l’efficacia di un metodo.

Chi sono i protagonisti di Libertà marginali? Chi sono i ragazzi che ispirano l’intenzionalità pedagogica di Sabatano e Pagano?

La prefazione di Patrizia Esposito, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Napoli, ne delinea alcuni tratti: “ragazzi senza”, senza scuola, “senza una famiglia capace di orientarli verso modelli di comportamento socialmente accettabili e di far loro intraprendere significativi percorsi educativi”; “ragazzi contro”, cresciuti in contesti di cultura «sballata» o di «in-cultura», dove troppo spesso gli stessi genitori sono incapaci di educare ed educarsi, o educano proponendo “valori al contrario”, in ambienti dove regna la mancanza del senso della relazione con l’altro e dove la vita “vale zero” (pp. 12-14).

Il volume affronta il tema della sfida educativa tra devianza, delinquenza e sistema camorristico. Si tratta perlopiù di ragazzi che sperimentano libertà marginali, in cella o in casa, perché hanno fatto cattivo uso della propria libertà e conseguentemente hanno visto limitare, attraverso dispositivi giuridici, la propria possibilità di azione come soggetti. L’attenzione degli autori scandaglia un ulteriore livello di marginalità che deve essere considerato. In tali contesti marginale è anche la possibilità di scegliere la propria strada, che sembra già segnata da un destino dato e dato per scontato (p. 21).

In questo sconfortante regno di «libertà limitate» Sabatano e Pagano proteggono un’unica certezza, che può, grazie anche alle loro pagine, diventare generativa: delinquenti non si nasce, occorre ripartire da qui (capp. 2-3). È la forza della malavita a offrire identità e percorsi di carriera meritocratici in grado di essere assimilati dai minori come appetibili, tanto che non pensano poi facilmente di dover cambiare, “scelgono di aderire” (p. 166), perché è la migliore offerta possibile sul territorio per il loro futuro.

Se quindi non esiste una delinquenza innata, come riportare questi giovani alla responsabilità personale di scegliere una vita diversa? Fino a che punto la loro adesione è libera?

Se la camorra educa all’illegalità e attua una “pedagogia” gratificante attraverso ampie disponibilità economiche (pp. 165-166), se offre un welfare organizzato efficace alle famiglie, in una terra dove il welfare di stato è limitato, come proporre a questi “orfani sociali” alla ricerca disperata di identità (p. 119) elementi attraenti per un percorso evolutivo appagante, alternativi a quelli di camorra?

Come essere adulti educanti capaci di creare un ponte relazionale ed emotivo, attraverso cui accompagnare i giovani verso nuovi orizzonti del possibile?

Come coinvolgere le famiglie, interlocutori imprescindibili per attuare cambiamento (pp. 114-115)?

Una via può aprirsi fondendo le direzioni dell’educare, dell’edocere e dell’educere (p. 21), processo per niente facile, che si può però compiere se sostenuto dalla riflessione e dall’elaborazione critica, dal dialogo con le famiglie e da una virtuosa interistituzionalità (p. 18-19).

Sabatano e Pagano convincono il lettore che vale la pena provare a percorrere questa via «impervia», preservando l’umiltà della fenomenologia (p. 96), senza ansia del risultato, curando una relazione di qualità, dove formazione, sensibilità e maturazione delle persone risultano inscindibili, come rimarcano Esposito nella prefazione e Zbigniew Formella nelle conclusioni (p. 20; p. 177).

Date la multidimensionalità e la policontestualità del fenomeno, l’azione educativa nelle terre di camorra implica necessariamente mettersi in gioco in prima persona come adulti (pp. 24-25) e lavorare su se stessi coltivando la propria capacità riflessiva ed intelligenza emotiva per gestire l’ineludibile coinvolgimento nella relazione educativa (p. 106). Facendo tesoro di quel “sapere dei sentimenti” caro a Vanna Iori, l’autoriflessione dell’adulto e la presa di consapevolezza della propria realtà emozionale diventano presidio contro la finta neutralità che assolve spesso le coscienze e finisce però per essere complice di effetti anche dannosi (p. 105).

Abbracciando il pensiero di Freire e la sua Pedagogia degli Oppressi in ottica sistemica, per gli autori i «devianti» in realtà non sono “fuori”, ma assolutamente “dentro” (p. 92), parte della stessa realtà, co-creanti quella stessa realtà. Per questo la soluzione può risiedere solo nella trasformazione del sistema.

La lettura di questo volume è utile per ritrovare speranza e motivazione nel lavoro educativo in contesti complessi dove è facile smarrirle e dove è importante accogliere la sfida progressiva di un “bene situato”, mirando a un sempre maggiore “bene per lo più” (p. 103).

Può essere spunto per chiunque si confronti con ragazzi «difficili», grazie a suggerimenti pratici ed esempi concreti, e lettura fluida e piacevole per chi desidera conoscere i contesti «educativi» di camorra, finora poco trattati nella ricerca scientifica.

I figli di camorra sono figli di un sistema, dove vige il principio di una “devianza al contrario” (p. 32). Essere normali è aderire ai valori della famiglia, del potere, dell’appartenenza. Essere devianti è sottrarvisi, rinunciando a tutti i connessi benefici che il sistema garantisce.

La mala-vita può essere abbracciata come «buona» scelta per il proprio futuro.

In contesti così diventa difficile muoversi controcorrente.

Se si considera però la devianza come “accidente significativo”, non “sostanza” della persona (p. 34), rimane speranza nella possibilità di vita nuova per questi ragazzi, facendo tesoro di quel tratto evolutivo che il disagio in sé contiene. La scelta di camorra può essere guardata come prodotto di un sistema economico e sociale, non tanto di un’attitudine del singolo.

Non esiste altra premessa per sognare, progettare e intraprendere un percorso educativo capace di generare un cambiamento, che, come sempre, richiede fiducia.

Per Sabatano e Pagano il lavoro psico-educativo deve sempre abbracciare consapevolmente un paradigma teorico e creare un rapporto teoria-prassi fecondo, che eviti le opposte “derive riduzioniste” di “un sapere profetico avulso dal reale” e dello “schiacciamento sull’azione e sull’emergenza” (p. 102) e che garantisca scientificità, serietà ed efficacia (p. 57) per la prevenzione di un “abito mentale deviante” che porta con sé conseguenze sulla psiche e la personalità (p. 56).

I «figli di camorra» incarnano uno stile e un progetto di vita «altro», per loro l’unico desiderabile. Nel tempo della crescita hanno sviluppato un senso di “autoefficacia deviante” e “disimpegno morale”. La bella notizia è che questa lenta deresponsabilizzazione si può fermare con l’educazione. Gli autori lanciano un messaggio di speranza sostenuto dalla testimonianza della loro esperienza: l’adesione progressiva a un modello si può contrastare agendo sui meccanismi implicati (pp. 70-75).

I due approcci cardine, proposti in sinergia e all’interno del contesto ampio offerto dal paradigma ecologico, sono la teoria socio-cognitiva di Albert Bandura e la fenomenologia di Piero Bertolini (capp. 2-3).

Con un procedere rigoroso, che passa dalla teoria generale alla teoria situata e alla prassi, gli autori propongono il metodo Integra. Sono presentati sei nuclei fenomenologici utili per il lavoro con ragazzi difficili (intenzionalità, centralità del soggetto, intersoggettività, ricerca di una vita autentica, epochè o riduzione fenomenologica, reciprocità tra teoria e prassi) (cap. 3) e quattro elementi fondanti il metodo (pensarsi insieme, pensare insieme, rispettare e rispettarsi, pensarsi in azione) (cap. 4).

Se gli effetti della paura mantengono lo status quo del dominio criminale, grazie a un equilibrio apparente da “separati in casa” o a un “invischiamento contaminante” (pp. 129-130), è anche vero che ci sono due miti da sfatare. L’essere umano, con la sua complessità e multidimensionalità fatta di “fenomeni biologici, psichici, sociali e spirituali” che auto-genera e di cui è “parte attiva”, si colloca e fluttua tra i due poli di un continuum: la libertà e il condizionamento totale. L’adescamento dei minori da parte della camorra non si può pertanto risolvere solo con la scuola, in un delirio di onnipotenza educativa, ma nemmeno con la repressione da parte di un “esercito”, ultimo baluardo di fronte a una totale impotenza dell’educazione (pp. 131-133).

Perché oggi siamo di fronte a una vera emergenza? L’evoluzione dell’immaginario connesso alla camorra ha portato negli anni quella che gli autori chiamano una brandizzazione inclusiva, che rischia di contagiare enti e associazioni coinvolte nel suo contrasto.

Il “brand educativo” camorra (p. 137) si è rafforzato parallelamente all’espansione dell’area semantica a esso connessa, fortemente implementata dall’influenza dei media e dal fascino del genere crime. Anche il termine anticamorra ha contribuito e contribuisce paradossalmente a rinforzare il brand.

In mancanza del senso di un bene comune, la forza centripeta del brand attira i minori e li allontana da qualsiasi altro modello positivo che possa contrapporre forza centrifuga (pp. 137-141).

In siffatto contesto l’educazione si pone come “potenza” e avvincente diviene la sfida educativa, nella consapevolezza della coesistenza di due principi, equifinalità e multifinalità, con cui si deve fare i conti quotidianamente nei percorsi evolutivi (pp. 134-136).

Nella parte conclusiva del volume Casa Papa Francesco (pp. 141-146) è proposta come modello di comunità con elementi trasferibili, fondati sulla connessione di tre livelli: pedagogico, psicologico e sociale.

Gli autori propongono un uso contestualizzato delle “storie di vita” come metodo pedagogico, con una particolare sottolineatura: per cambiare bisogna partire da come si vede se stessi (p. 147). Il focus va posto sulle storie di vita nell’interpretazione dei minori. Gli adulti che li accompagnano però devono essere formati e disponibili a un’autentica apertura (p. 148) e a partire dalla lettura delle proprie vite, per generare incontri proficui ed essere esempio di impegno morale.

La capacità autotrasformativa e quella autoemancipativa vanno acquisite attraverso la riflessività. Non sono innate. Non si sviluppano necessariamente con l’età. Processare cognitivamente l’esperienza in contesti di povertà educativa è estremamente difficile: agiti irriflessi e difficoltà a narrarsi sono realtà quotidiana. Occorre quindi adattare utilmente lo strumento e creare prerequisiti, certi che per cambiare è necessario significare e risignificare la propria vita attraverso un emplotment della propria storia personale (pp. 149-150). Educare al cambiamento è in ultima istanza possibile incrementando riflessione, metacognizione, condivisione, dando parole per pensarsi e per sconfiggere la gabbia di un analfabetismo emozionale e cognitivo che costringe a immobilità o scelte in direzioni obbligate (pp. 151-152). Una “virtuosa ricorsività” tra singolarità e socialità (p. 159) risulta preziosa per spostare la prospettiva del singolo, accompagnarlo nel ristrutturare l’immagine di sé e nell’acquisire un senso di responsabilità e cura.

Nel volume è allegato il modello “Storia di vita” usato presso Casa Papa Francesco e si riportano le storie di alcuni ragazzi, corredate da riflessioni sul metodo.

Gli autori offrono così al lettore validi «strumenti» utilizzabili in contesti di marginalità e disagio esistenziale, non necessariamente di camorra.

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