La scuola è la scuola, nonostante il covid…

Encyclopaideia – Journal of Phenomenology and Education. Vol.24 n.57 (2020)
ISSN 1825-8670

La scuola è la scuola, nonostante il covid…

Roberto FarnéUniversità di Bologna (Italy)

Published: 2020-08-26

L’improvvisa chiusura delle scuole dovuta all’emergenza covid ha creato un vuoto a cui nessuno era preparato. Poteva essere un gioco dell’immaginazione quello di pensare “e se un giorno, improvvisamente, tutte le scuole fossero chiuse, che cosa succederebbe…?”. È accaduto e, ancora una volta, se qualcuno avesse dei dubbi, la realtà ha superato la fantasia. Nella parte del mondo economicamente più sviluppata, a cui apparteniamo (non senza qualche contraddizione), la scuola fa parte di quello che potremmo definire il nostro dna sociale. Il “diritto all’istruzione” ne è una conseguenza, la nostra cittadinanza è impensabile senza la scuola. Se, come ha affermato Lévi-Strauss, la cultura fa parte della natura stessa dell’uomo, allora bisogna riconoscere che la scuola, il più potente fattore di trasmissione culturale insieme alla famiglia, è inscritta nella nostra natura-cultura.

L’emergenza covid ha posto il problema di come fare scuola senza la scuola, una sfida pedagogica e didattica che, al di là dei modi con cui è stata affrontata e dei loro esiti, tutt’altro che omogenei e insoddisfacenti per almeno il 25% della popolazione scolastica, ha confermato che il bisogno di scuola è superiore alle conflittualità e ai sentimenti di amore/odio che da sempre la scuola genera. Si tratta di un “bisogno” che è solo in parte motivato dai processi di insegnamento e apprendimento che la caratterizzano; per un’altra parte, non secondaria alla prima, è il bisogno di socialità che ha nella scuola uno dei suoi fondamentali incubatori. Dalla scuola dell’infanzia in poi questa istituzione è il luogo di formazione, implicita più che esplicita, alla cittadinanza, all’essere parte di un corpo sociale. La lezione di John Dewey su questo mantiene intatta la sua forza pedagogica.

Daniela Lucangeli, psicologa all’Università di Padova, intervistata dal quotidiano Il Sole 24 Ore durante il lockdown, ha manifestato il proprio entusiasmo pedagogico nei confronti della scuola a distanza, capace di manifestare la propria vicinanza agli allievi proprio perché entra nelle loro case, come se l’insegnante dicesse ad ognuno “io ti vengo a prendere attraverso la webcam”:

A livello di apprendimento abbiamo esattamente quello che avremmo in presenza di un docente, la videolezione non fa qualcosa di diverso da quello che fa il docente in presenza. Ma il processo di apprendimento non passa attraverso la via cognitiva o prestazionale, bensì attraverso una via di significati nuovi che sono significati emotivi, affettivi. Cambia il potere emozionale, perché quella lezione verrà ricordata dai ragazzi con emozioni di vicinanza dell’adulto, di alleanza dell’adulto, di impegno del docente, di volontà di andare ad aiutarli e a evitare la paura che si sta scatenando in questo momento di emergenza coronavirus. L’apprendimento che la lezione a distanza consente è accompagnato da emozioni positive e per questo è molto efficace, non perché sia diversa la lezione in quanto non cambia nulla se il ragazzo vede l’insegnante dal vivo in cattedra o su uno schermo del computer. Cambia proprio il significato. Con la lezione a distanza il professore dice al ragazzo: «Io ti vengo a prendere attraverso la webcam». E le emozioni non sono qualcosa di esterno all’apprendimento. Quando io apprendo una cosa, se sperimento paura, tutte le volte che la riprendo dalla memoria, riprendo anche la paura. In questo caso i ragazzi, ogni volta che riprenderanno dalla memoria quello che ha spiegato il professore in quell’ora attraverso la lezione a distanza, riprenderanno emozioni che gli dicono: «Tu sei importante per la tua scuola, tu vali». E l’apprendimento si fissa sulla memoria emozionale, che in questo caso ha un significato molto potente.1

Ottimismo emotivo e della volontà quello di Lucangeli che, nel confronto con la complessa realtà della didattica a distanza, forse avrebbe assunto accenti più problematici. Da dove deriva il suo entusiasmo? È sicura che gli/le insegnanti siano stati così felici di “andare a casa a incontrare i bambini” come lei dice, anzi “a prenderli”, grazie alle tecnologie virtuali? È altrettanto sicura che i bambini siano stati felici di questo modo di fare scuola?

Ho in mente quel bel film di François Truffaut Gli anni in tasca (L’argent de poche, Francia, 1976); racconta la vita di bambini che vanno a scuola, ognuno coi propri problemi personali e famigliari, e ognuno con la propria vitalità e la propria timidezza, e i legami di amicizia. Arriva la domenica e si vedono i bambini ognuno a casa propria, con i propri genitori… e la canzone (di Charles Trenet) che fa da colonna sonora al film dice “Les enfants s'ennuient le dimanche…”.

Ciò che tutti hanno avvertito è il bisogno di un ritorno alla normalità, una “normalità” non perché la scuola sia bella così com’è (parliamo di un’istituzione che si trascina crisi irrisolte, alla deriva), ma perché senza è peggio. Forse non è ancora riuscita a soddisfare il principio dell’Art. 3 della nostra Costituzione: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana […]”, ciò che Don Milani e la sua Scuola di Barbiana avevano ben dimostrato in Lettera a una professoressa, ma senza la scuola o con dei “surrogati” di scuola, la situazione sarebbe anche peggio.2 

La domanda che ci dobbiamo fare è (forse) semplice: che cosa fa sì che la scuola sia la scuola?

Piero Bertolini, definendo l’educazione come “regione ontologica” in ordine a un processo che porta la pedagogia ad essere una scienza fenomenologicamente fondata, definisce la consistenza dell’educazione sulla base di due assunti universali dell’esperienza umana: «la comunicazione interpersonale e la conseguente trasmissione dei diversi contenuti culturali [corsivi in originale] le quali diventano anche comunicazione e trasmissione culturale tra gruppi e comunità sociali diverse».3

Il problema diventerebbe quello di un “ritorno alla scuola stessa” e ai suoi fondamentali, se esistono… In altre parole: fino a che punto la scuola, per potersi definire tale, è riducibile? Esiste un “residuo fenomenologico”, per usare (impropriamente?) la categoria husserliana, oltre il quale la scuola è irriducibile?

Bertolini poneva la “relazione interpersonale” e la “trasmissione culturale” a fondamento dell’educazione come regione ontologica, ed entrambe le categorie hanno una propria obiettiva ragion d’essere. Rispetto alla scuola però le due istanze valgono non separatamente, ma congiuntamente: cioè la trasmissione culturale fondata sulla relazione interpersonale. La trasmissione culturale da sola non ha bisogno della scuola, le più moderne tecnologie e i media tradizionali possono offrire una trasmissione culturale in ogni campo, a disposizione di tutti con qualche opportuna organizzazione e diffusione e, a certi livelli, senza particolari mediazioni. Su questo si basa una delle argomentazioni forti della descolarizzazione.4 Altro è la relazione interpersonale legata alla trasmissione culturale, parliamo dunque di una relazione non genericamente educativa, ma precisamente orientata e finalizzata. E questa ha una sua precisa identità, fatta di presenza fisica, corpo, voce, ed è la figura dell’insegnante che lascia il segno, appunto, sui suoi allievi, o del maestro che è magister, cioè di più (magis) rispetto ai suoi allievi.

Credo che questo dato: la presenza quotidiana dell’insegnante e dei suoi allievi, nella fisicità dello spazio e del tempo reali in cui si dipana la drammaturgia didattica della trasmissione culturale, sia quel “residuo” che non possiamo eliminare, ciò per cui la scuola è la scuola. Essa potrà assumere nel tempo diverse fisionomie didattiche, anche in base alla ricerca psicopedagogica, eppure quel dato originario, la trasmissione culturale nella relazione interpersonale, saprà/potrà adattarsi o riposizionarsi nei diversi contesti, ma non sarà eliminabile. In questo atteggiamento di “riduzione” io posso persino immaginare di eliminare tutto ciò che di materiale connota la scuola (arredi, libri, sussidi ecc.); basta che ci sia un maestro e un gruppo di allievi che si incontrano quotidianamente, fisicamente in un luogo per dare vita al processo intenzionale di insegnamento e apprendimento su determinati saperi: questo è ciò che riconosco come scuola.


  1. Intervista di Maria Pia Ceci, “Il prof ti viene a prendere attraverso la webcam”, Il Sole 24 Ore, 16/3/2020.↩︎

  2. Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1967.↩︎

  3. Piero Bertolini, L’esistere pedagogico. Ragioni e limiti di una pedagogia come scienza fenomenologicamente fondata, La Nuova Italia, Scandicci (FI), 1988, p.151.↩︎

  4. Si veda: Ivan Ilich, Descolarizzare la società, Mondadori, Milano, 1971 (orig. Deschooling Society, 1970).↩︎

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