La città che non c’è. Bambini, natura e ambiente urbano nella letteratura per l’infanzia

Encyclopaideia – Journal of Phenomenology and Education. Vol.23 n.54 (2019)
ISSN 1825-8670

La città che non c’è. Bambini, natura e ambiente urbano nella letteratura per l’infanzia

Giorgia GrilliAlma Mater Studiorum – Università di Bologna (Italy)

Giorgia Grilli insegna Letteratura per l’infanzia all’Università di Bologna. È co-fondatrice del Centro di Ricerche in Letteratura per l’infanzia (CRLI) del Dipartimento di Scienze dell’Educazione.

Pubblicato: 2019-07-30

The Child, Nature and the Urban in Children’s Literature

Abstract

The so-called ‘classics’ of Children’s Literature — written during the massive process of urbanization in the Western world — almost never have a city as their background. On the contrary, they tend to radicalize the link between childhood and the natural landscape as the only condition for childhood to be such. The Romantic legacy associating the child to nature makes it impossible for us to see children comfortably inhabiting the city and has even brought — in the massively urbanized world of our times — some scholars to theorize the disappearance of childhood. If we want to imagine (and hopefully design) cities that can actually be dealt with by children, we have to become aware of the symbolic projections that, as a culture, we tend to associate to children, and we have to start to ‘naturalize’ their presence also in the urban, as some authors and illustrators of children’s books do.
I ‘classici’ della letteratura per l’infanzia – scritti durante il grande processo di urbanizzazione nel mondo occidentale – non sono quasi mai ambientati in città, e anzi radicalizzano il legame tra infanzia e ambiente naturale come quello che, solo, consente all’infanzia di essere fino in fondo sé stessa. L’eredità romantica che associa il bambino alla natura ci rende impossibile pensare ai bambini come a proprio agio in città ed è ciò che forse ha portato molti intellettuali a sostenere, nel mondo contemporaneo quasi totalmente urbanizzato, l’idea della fine dell’infanzia. Se vogliamo immaginare (e auspicabilmente progettare) città che siano anche a misura dell’infanzia, occorre prendere coscienza delle proiezioni simboliche che, come cultura, ancora tendiamo ad associare ai bambini, provando a ‘naturalizzare’ la loro presenza anche negli ambienti urbani, come fanno alcuni autori e illustratori di libri per l’infanzia.

Keywords: Children’s literature; City; Nature; Childhood; Romanticism.

L’immagine di infanzia che ha iniziato a imporsi nella cultura occidentale a partire dall’Ottocento (e che sarebbe interessante chiederci quanto ancora resiste) risente in modo molto forte dell’eredità romantica, la quale, per la prima volta nella storia del pensiero, a partire da Rousseau e con poeti come William Blake e William Wordsworth, mette il bambino al centro della riflessione e dell’attenzione associandolo – come essere umano in questo senso eccezionale – allo stato di natura, cioè a una dimensione autentica, originaria, ideale, che la civiltà (e la crescita all’interno del consorzio sociale) rischia di corrompere, di guastare (Boas, 1973; Trisciuzzi, 1990). È una rivoluzione, rispetto alla visione dei secoli precedenti che avevano inteso l’infanzia come un’età imperfetta, manchevole di qualcosa, marginale e senza valore fino a quando non veniva resa o non si dimostrava il più possibile uguale all’adulto, considerato come essere umano ideale (Richter, 1992).

In quella che appare come una feroce critica all’adultità e alle sue specificità, nonché al mondo che gli adulti hanno costruito – un mondo moderno, iper-sociale, convenzionale, formale e, con la rivoluzione industriale, un mondo per di più meccanizzato e regolamentato in modo troppo rigidamente razionale – il movimento romantico si pone come contraltare rispetto alla fiducia positivista nel progresso, nel futuro, nelle capacità dell’essere umano di avanzare tecnologicamente, economicamente, materialmente e si concentra piuttosto sul passato, su ciò che in questa progressione viene drammaticamente lasciato indietro e dimenticato. Ritrova lì, nel passato, in molti sensi inteso – storico (il culto per il medioevo, la passione per le rovine), economico (la predilezione per il contesto rurale), individuale (l’esaltazione dell’età infantile) – il momento per l’umanità migliore, quello da prendere come modello e a cui idealmente tornare.

Di tutte le possibili espressioni della modernità tanto deprecata dal movimento romantico, la città – quella ottocentesca, industriale, fuligginosa, sovraffollata, avviata a una configurazione metropolitana – rappresenta l’epitome. Mentre di tutte le espressioni metaforiche dell’origine intesa come dimensione naturale, incorrotta, pura, per la quale provare, nella poetica romantica, una struggente nostalgia e a cui attribuire un inestimabile valore, l’infanzia costituisce l’apice. La letteratura per l’infanzia esplora in modo più insistito e sistematico di qualunque altro ‘discorso’ messo a punto dalla cultura occidentale questa associazione tra bambino e origine naturale, come dimostrano diversi studi che sottolineano, dell’infanzia rappresentata nei libri per bambini, l’alterità rispetto al mondo adulto (Bernardi, 2017; Nodelman, 2008), la propensione a una contaminazione col mondo animale (Warner, 2002; Jacques, 2005; Filograsso, 2015), la capacità di essere vista non solo come dimensione ‘naturale’, ma di rappresentare in se stessa – secondo la prospettiva post-umanistica – una più autentica ‘natura’ umana (Jacques, 2005; Grilli, 2011).

Per le attribuzioni simboliche che alla città e all’infanzia rispettivamente si associano, non poteva che crearsi tra esse, nell’immaginario, una relazione conflittuale, ossimorica, o addirittura, per così dire, impossibile (Higonnet, 1998).

Di fatto, è quello che accade all’interno della letteratura per l’infanzia che più direttamente risente dell’influenza romantica e che, è bene sottolinearlo, è comunque diventata, per l’immaginario occidentale, la letteratura per l’infanzia per eccellenza. Una letteratura che si lega indissolubilmente all’idea di città, in un senso però, appunto, del tutto paradossale. Un senso che cercheremo di analizzare.

I libri per bambini che nel loro insieme sono andati a costituire la letteratura per l'infanzia che chiamiamo ‘classica’, perché è stata capace di superare confini geografici e temporali incidendosi nell’immaginario collettivo di molteplici generazioni, i libri per bambini che unanimemente consideriamo dei capolavori, quelli che, in tante lingue tradotti e infinite volte ri-illustrati, non sono spariti dagli scaffali nemmeno con il mutare, nel tempo, delle condizioni sociali, economiche, politiche, educative, sono stati creati quasi tutti in un periodo storico molto preciso e tutto sommato circoscritto: tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in concomitanza col grande processo di urbanizzazione in occidente.

L’epoca d’oro, la cosiddetta Golden Age dei libri per bambini (Hunt, 2000), ha coinciso con l'inurbamento, anch’esso piuttosto rapido e improvviso nella storia dell’umanità, di moltitudini di persone. Forse non per caso. Anzi, si può azzardare l'ipotesi che ne sia stata un prodotto, un risultato, una precisa conseguenza. La città (quella della modernità, iper-edificata, brulicante di gente, attraversata da vecchi e nuovi mezzi di trasporto, ospitante fabbriche e altri elementi di architettura industriale, che stava proprio allora prendendo forma come tale) sembra avere stimolato la creazione di quelli che saranno considerati i più bei libri per bambini di tutti i tempi come antidoto a se stessa, come dubbio rispetto a se stessa, come messa in discussione della propria realtà o inevitabilità, come via di fuga, come critica, come espressione di un interno, profondo disagio da parte di qualcuno che evidentemente viveva la città non come un esito scontato e normale dell’umanità, ma come uno sbaglio, una aberrazione.

Nel periodo in cui la gente, nei paesi avanzati del mondo occidentale, si riversa in massa a vivere in un ambiente urbano – e trasforma inesorabilmente il paesaggio naturale in un paesaggio fatto di mattoni, strade, fumo, ciminiere – vengono pubblicati i grandi classici per l'infanzia e vengono pubblicati, pare, perché dicano, uno dopo l’altro, in modo sistematico, coerente, quasi programmatico, la stessa cosa: che non è la città il luogo ideale in cui vivere, in cui crescere restando umani. Umani in un senso profondo e integrale, da contrapporre a quello più comune che aveva finito per coincidere con le convenzioni, gli schemi, le regole, le rigidità, le maschere sociali.

Più la città si ingrandisce, si popola, diventa il fulcro del vivere civile, più iniziano ad uscire libri per bambini ambientati rigorosamente al di fuori di essa, nella natura, nel verde, in montagna, nella giungla, per mare, su un'isola, in un luogo non antropizzato. Più gli uomini costruiscono, con le città, un mondo sempre più a propria misura, più i libri per bambini cercano un'altra misura, che includa l'animalità, la vegetalità, l’aria, l’acqua, il sottosuolo, il cosmo intero. Più a livello ufficiale si celebrano le ‘magnifiche sorti e progressive’ e ci si proietta verso il futuro (di cui la grande città è espressione), più i libri per bambini si aggrappano ostinatamente al passato, guardano indietro, sentono fortissimo il richiamo delle origini, origini in cui eravamo tutt’uno con la natura, in cui era nella natura che ci sentivamo ‘a casa’.

Nei classici per l’infanzia assistiamo puntualmente ad un andarsene, a un volare o fuggire via da qui (dove il qui è l’ambiente domestico, familiare, civile, sociale), in direzione di un luogo altro, misterioso, non-umano, a cui si sente di appartenere maggiormente, o da cui si è irresistibilmente attratti. Un luogo che sembra quello da cui, concretamente o metaforicamente, siamo giunti. Come se la città fosse non un approdo emancipatorio ma un esilio che ci tiene lontani da qualcosa di più nostro a cui vorremmo tornare, a cui i bambini dei libri per bambini appena possono tornano.

Che tutta la grande letteratura per l’infanzia ruoti intorno a questo snodo è così evidente che la scrittrice e studiosa inglese Antonia Byatt lo riprende nel soggetto di quello che è forse il suo capolavoro letterario, The Children’s Book (Byatt, 2009), un romanzo-saggio sull’Inghilterra di fine Ottocento e inizio Novecento che ha tra i suoi protagonisti una autrice di libri per bambini ambientati tipicamente al di fuori dell’ambiente umano e civile, tra i boschi, nel verde, sottoterra. Quando anche non è chiaro per la protagonista come debba procedere la trama, quello spunto – l’infanzia in un Altrove rispetto alle case, alle scuole, alle chiese, alle strade, alle famiglie – è e resta il filo conduttore. Non solo. La Byatt costruisce tutto il romanzo intorno a quella che fu, anche nella realtà storica, la fuga in controtendenza dalle città verso la campagna delle famiglie inglesi abbienti e colte per consentire ai propri bambini di crescere nel verde, di addentrarsi da soli nel fitto del bosco, di trovare un posto segreto, di costruirsi una casa sugli alberi, di vivere, cioè, il più possibile come i bambini della letteratura per l’infanzia, da tante voci autorevoli considerata, nell’Inghilterra a cavallo tra Otto e Novecento, come grande letteratura in assoluto, forse la migliore del proprio tempo per la capacità che aveva di cogliere, narrativamente e metaforicamente, certe contraddizioni struggenti del reale (Byatt, 2009).

Il personaggio della Byatt che scrive libri per bambini è particolarmente legato a uno di essi che ha intitolato Tom Underground, un romanzo che rievoca esplicitamente la prima versione di Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (a cui Carroll aveva dato il nome di Alice Underground), ma che più in generale condensa in sé il senso ultimo di questo scappare o comunque ritrovarsi dell’infanzia ‘a casa’ o a proprio agio non in un ambiente urbano, l’ambiente per eccellenza antropizzato, ma in uno qualunque degli altri spazi che la civiltà ha lasciato indietro, ha chiuso fuori, ha progressivamente evitato, o misconosciuto. La civiltà essendosi costruita, concretamente e metaforicamente, in antitesi e a scapito del mondo non-umano (Pogue-Harrison, 1992), sia esso vegetale, animale, ctonio, marino…

È precisamente a quel mondo che i protagonisti dei ‘classici’ per l’infanzia tornano. Da Alice che vive le proprie avventure nel sottosuolo, in un certo senso rientrando nel ventre di una terra intesa come madre, a Peter Pan che vola via dalla finestra di una casa di Londra per dirigersi verso l’isola ‘che non c’è’, un’isola da dove vengono tutti i nuovi nati e nella quale i bambini perduti (dagli adulti) si costruiscono una tana tra le radici degli alberi, a Tom Sawyer che è attratto, consciamente o fatalmente, da tutti i luoghi ameni, fuori dal suo villaggio (il fiume, l’isola deserta, la grotta in cui resta rinchiuso), a Heidi, che è felice e in salute finché sta in montagna e si ammala quando viene portata a Francoforte (città in cui abita, ammalata, l’amica Clara, che a sua volta guarirà quando potrà recarsi a trovare Heidi sui monti), ai protagonisti de Il giardino segreto, due bambini che possono curare le rispettive patologie – contratte stando chiusi in casa – solo quando si immergono in uno spazio verde (terapeutico proprio in quanto abbandonato dagli adulti e dunque tornato incolto, rinselvatichito), a Winnie Puh o a Il vento nei salici, ambientati esclusivamente all’aperto, nelle campagne inglesi, a I libri della giungla, dove il cucciolo d’uomo ritrova le proprie – nostre – origini animali, andando direttamente ad abbeverarsi al seno di una madre lupa, o a La guerra dei bottoni, in ambito francese, romanzo che è un’esaltazione della libertà, spontaneità, vitalità dell’infanzia possibile solo nei momenti in cui può uscire da scuola, da casa, dal paese, per ritrovarsi in mezzo ai prati (prati in cui i bambini si tolgono i vestiti, cioè si spogliano di ogni segno della civiltà), a Pinocchio, che porta sul proprio corpo, prima ancora che nel comportamento, i segni di un’appartenenza alla natura molto più che alla cultura, tutti i classici sembrano intonare un inno alla vita non urbana, non domestica, non sociale, insomma naturale, che i bambini hanno diritto a vivere, non solo per vivere bene, ma, più ancora, per poter essere autenticamente ‘infanzia’.

Tra i ‘classici’ per ragazzi di fama internazionale, uno dei rarissimi romanzi ambientati interamente in una città, I ragazzi della Via Pàl, è un libro in cui l’infanzia lotta strenuamente – e letteralmente fino alla morte – per difendere il Grund, l’unico spazio verde, ancora non edificato, di Budapest. È evidente che quello che i protagonisti stanno difendendo, insieme a quel campo che, divisi in due bande, si contendono ferocemente, è in realtà il proprio diritto di giocare, di stare senza adulti, di esistere come bambini. Il Grund diventa metafora dell’infanzia stessa, un’infanzia destinata a non sopravvivere, a scomparire quando i ragazzi dovranno lasciare lo spazio per cui hanno lottato a quello che non pensavano fosse, ma si rivela, il loro più insidioso nemico: il mondo adulto, che incombe con ruspe, calcoli, progetti urbani.

O la città non compare assolutamente, in quelli che sono stati considerati da tutto il mondo occidentale i capolavori letterari per bambini, o compare come asfittica, ammorbante e in ultima analisi responsabile della fine dell’infanzia.

Forse non è un caso che, in anni recenti, quando la dimensione urbana per la maggior parte della popolazione in occidente non è stata più solo una novità o una prospettiva incombente, quale era a cavallo tra Otto e Novecento, ma una realtà totalizzante, molti critici, in vari campi (antropologico, sociologico, pedagogico, delle neuroscienze), abbiano parlato di una ‘crisi dell’infanzia’ (Higonnet, 1998) e abbiano ipotizzato addirittura, molto esplicitamente, una ‘scomparsa dell’infanzia’ (Postman, 1991). Qualcosa che la letteratura per bambini più profondamente radicata nella nostra cultura aveva già anticipato.

La ‘crisi’ per questi studiosi si riferisce a un cambiamento, che è stato inevitabile, nelle esperienze di vita dei bambini rispetto a quando potevano crescere, per lo più liberi e non controllati, in ambienti rurali o comunque ben più naturali di quelli che la città può offrire loro (Shoard, 1980; Ward, 1988; Holloway & Valentine, 2000). Ed è un termine che evidentemente porta con sé un sostrato simbolico, relativo a un’idea, di derivazione romantica appunto, che vuole l’infanzia in uno stato ideale solo quando può immergersi nella natura e rappresentare in se stessa l’alterità della natura che abbiamo perduto e che vorremmo i bambini conservassero anche per noi (James, Jenks & Prout, 1998). Ogni altra condizione d’infanzia è critica nel senso di meno perfetta, in questa visione. E meno perfetta è ogni infanzia che non si presenti più come totalmente diversa dagli adulti, ma come troppo uguale, o troppo presto uguale, a noi (si pensi, nella letteratura anche dei nostri giorni, a quanto sia odiosa la rappresentazione dei bambini che sono già una copia dei loro genitori nel capolavoro La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl, solo per citare un esempio dall’autore più amato dei nostri tempi).

Abbiamo bisogno, come cultura, che i bambini non ci somiglino, che incarnino la natura che noi abbiamo eliminato fuori e dentro di noi, da cui ci siamo sradicati pur intuendo che era un processo per cui avremmo pagato un prezzo alto, non in termini materiali, ma in quelli di un’alienazione, di una perdita di intima connessione con l’universo, che speriamo i bambini tengano in vita.

Il processo di estraniamento dell’infanzia e della sua assimilazione ideale alla natura, anticipato da Rousseau e ripreso dai romantici tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, si fa molto più pressante e si riveste di ulteriori connotazioni alla fine dell’Ottocento, in epoca appunto di massima industrializzazione e di urbanizzazione in pieno sviluppo. A dimostrazione di quanto l’infanzia fosse costitutivamente ‘naturale’ (proprio mentre il mondo adulto e sociale andava in direzione di un sempre maggiore ‘snaturamento’), il biologo e naturalista Ernst Haeckel lanciava, tra il 1860 e il 1870, la sua – in qualche modo geniale – teoria della ‘ricapitolazione’, oggi screditata in ambito scientifico ma innegabilmente suggestiva e per certi aspetti illuminante. Secondo questa teoria, sintetizzata nell’idea che l’ontogenesi ricapitola la filogenesi, a partire dalla semplice osservazione di un embrione, in particolare dell’embrione umano, si poteva assistere a tutta quanta l’evoluzione della specie. Il feto umano passava, in questa visione, attraverso stadi di sviluppo che lo assimilavano, via via, agli insetti, ai pesci, agli anfibi, ai rettili, ai mammiferi. Era tutte queste cose, in sé. L’impressione che suscitò questa teoria fu enorme, anche nel mondo non strettamente scientifico, che rimase estremamente colpito dalle immagini di feti – umani e animali – da Haeckel accostati per compararli (Shuttleworth, 2010). L’assimilazione alle specie non umane riguardava, nella sua teoria, il feto e la sua morfologia, ma evidentemente da lì fu un attimo, per molti, pensare che il bambino incarnasse anche dopo che era nato, se in modo più vago e generale, tutte le caratteristiche del mondo naturale prima di trasformarsi in un individuo propriamente e solamente umano. Furono soprattutto i libri per bambini ad occuparsi di esplorare questa ipotesi, a percorrerla fino in fondo, a darle anche visivamente forma, attraverso le illustrazioni di cui erano spesso dotati.

Figura 1 – Charles Kingsley, The Water Babies, Ill. Jessie Willcox Smith, Macmillan, 1863
Figura 1 – Charles Kingsley, The Water Babies, Ill. Jessie Willcox Smith, Macmillan, 1863
Figura 2 – Charles Kingsley, The Water Babies, Ill. Warwick Goble, Macmillan, 1909
Figura 2 – Charles Kingsley, The Water Babies, Ill. Warwick Goble, Macmillan, 1909
Figura 3 – Charles Kingsley, The Water Babies, Ill. Jessie Willcox Smith, Macmillan, 1863
Figura 3 – Charles Kingsley, The Water Babies, Ill. Jessie Willcox Smith, Macmillan, 1863
Figura 4 – James Matthiew Barrie, Peter Pan, Ill. Arthur Rackham, BUR, 2015 (edizione originale 1906)
Figura 4 – James Matthiew Barrie, Peter Pan, Ill. Arthur Rackham, BUR, 2015 (edizione originale 1906)
Figura 5 – James Matthiew Barrie, Peter Pan. A Classic Illustrated Edition, Cooper Edens (Ed.), Chronicle, 2000
Figura 5 – James Matthiew Barrie, Peter Pan. A Classic Illustrated Edition, Cooper Edens (Ed.), Chronicle, 2000
Figura 6 – Cicely Mary Barker, The Complete Book of Flower Fairies, Frederick Warne, 2011
Figura 6 – Cicely Mary Barker, The Complete Book of Flower Fairies, Frederick Warne, 2011
Figura 7 – Sybille von Olfer, Etwas von den Wurzelrkindern, Schreiber Verlag, 1906
Figura 7 – Sybille von Olfer, Etwas von den Wurzelrkindern, Schreiber Verlag, 1906