Votate Lollio come edile; lo chiedono i fabbricanti di stuoie. Note pedagogiche sui manifesti politici dell’antica Pompei

Encyclopaideia – Journal of Phenomenology and Education. Vol.24 n.56 (2020)
ISSN 1825-8670

Votate Lollio come edile; lo chiedono i fabbricanti di stuoie. Note pedagogiche sui manifesti politici dell’antica Pompei

Roberto GrisUniversità degli Studi di Verona (Italy)

Roberto Gris è dottore di ricerca in Scienze dalla Cognizione e della Formazione, insegna Educazione mediale all’Università di Verona, Didattica e metodologia della pedagogia dell’arte alla Libera Università di Bolzano e Storia al Liceo delle Scienze Umane e al Liceo STEM a Feltre.

Published: 2020-05-22

Vote Lollio as Aedilem; the Mat Makers Ask for It. Pedagogical notes on the political posters of ancient Pompeii

In addition to boredom and in addition to the disgust for the barbarization of language and the superficiality of reasoning, the so-called permanent electoral campaign that characterizes political current affairs leads to a general miseducation of all citizens regarding the meaning of the elections. Despite this deleterious crushing on the present of politics and all its nuances, it is worth remembering that suffrage and propaganda have traveled, with mixed success and tortuous upheavals, all of European history.

A precious and incomparable trace of this long and controversial story is the so-called political manifestos of ancient Pompeii, wall paintings of the scriptores that, between 62 and 79 AD, urged voters to express themselves on their magistrates. The tituli picti of ancient Pompeii offer us an opportunity to reflect on the original dimension of politics and the electoral phenomenon which, bon gré mal gré, is intrinsic to our education for citizenship.

Oltre alla noia e oltre al disgusto per l’imbarbarimento del linguaggio e la superficialità dei ragionamenti, la cosiddetta campagna elettorale permanente che caratterizza l’attualità politica determina una generale diseducazione di tutti i cittadini relativamente al senso delle elezioni. Nonostante tale deleterio schiacciamento sul presente della politica e tutti i suoi nocumenti, vale la pena ricordare che il suffragio e la propaganda hanno percorso, con alterne fortune e con tortuosi rivolgimenti, tutta la storia europea.

Una preziosa e impareggiabile traccia di questa lunga e controversa nostra storia sono i cosiddetti manifesti politici dell’antica Pompei, dipinti parietali degli scriptores che, tra il 62 e il 79 d.C., sollecitavano gli elettori ad esprimersi sui propri magistrati. I tituli picti dell’antica Pompei ci offrono un’occasione per riflettere sulla dimensione originaria della politica e del fenomeno elettorale che, bon gré mal gré, è intrinseco alla nostra educazione alla cittadinanza.

Keywords: Tituli Picti; Permanent Election Campaign; Citizenship Education; European History; Ancient Pompeii.

1 Le elezioni come fenomeno diacronico

Le vere battaglie spirituali dell'umanità europea sono lotte tra filosofie, cioè tra le filosofie scettiche – o meglio, tra le non-filosofie, che hanno mantenuto il nome ma che hanno perduto la coscienza dei loro compiti – e le vere filosofie, quelle ancora vive. Ma la vitalità di queste ultime consiste in questo: esse lottano per il loro senso vero e autentico e perciò per il senso di un'autentica umanità. […] Solo così sarà decidere se quel telos che è innato nell'umanità europea dalla nascita della filosofia greca, e che nella volontà di essere un'umanità fondata sulla ragione filosofica e sulla coscienza di non poterlo essere che così. […] Solo così sarebbe possibile decidere se l'umanità europea rechi in sé un'idea assoluta e se non sia un mero tipo antropologico empirico come la «Cina»; e inoltre: se lo spettacolo dell'europeizzazione di tutte le umanità straniere annunci la manifestazione di un senso assoluto rientrante nel senso del mondo o se non rappresenti invece un non-senso storico (Husserl, 1997, pp. 44-45).

Attraverso la straordinaria opera intitolata emblematicamente Krisis (datata 1936), Edmund Husserl individua nell’umanità europea uno specifico telos che la contraddistingue tra le varie umanità che si sono storicamente manifestate e rivendica l'esistenza di uno specifico spirito europeo, storicamente determinato e dotato di (e/o tendente a) uno specifico senso.

Non volendo soffermarmi sul problema, altrettanto storico, dell’eurocentrismo, né su quello, ancor più europeo, della teleologia, mi limito a constatare che il filosofo moravo ritiene, in questi passi e in tutta l’opera, che la crisi delle scienze sia del tutto radicata nella identità europea e sia motivata da un cambiamento che mette a repentaglio questa stessa identità.

Circa vent'anni dopo (e con i cambiamenti epocali intercorsi, indimenticati ma prossimi all’oblio) Piero Bertolini ebbe a scrivere in Fenomenologia e pedagogia:

[…] l’essere dell’uomo non è qualcosa di statico o di chiuso o, ciò che in fondo è lo stesso, qualcosa che si sviluppa e realizza in modo determinato e meccanico, ma un essere-verso un tendere-a, un continuo aprirsi, insomma un essere orientato verso dei fini mai completamente realizzati. Per questo c’è una storia dell’uomo e per questo non è possibile condurre una ricerca su di lui né pretendere di indicargli una via da seguire, al di fuori di una condizione storica. […] l’analisi storica del filosofo e del pedagogista non può ridursi ad una semplice descrizione schematica degli eventi chiusi entro orizzonti finiti e misurati da interessi di breve respiro, ma deve invece presentarsi come un’analisi essenziale, capace da un lato di cogliere il senso della storia dell’uomo, e dall’altro di indicare il cammino da percorrere verso una loro realizzazione sempre più alta (Bertolini, 1958, pp. 13-14).

La questione (tanto filosofica quanto pedagogica) dello schiacciamento sul presente1 consiste nel grave rischio esistenziale di essere privati di una prospettiva e di un orizzonte e nel limitarci a ragionamenti decisamente angusti e dominati della contingenza. Se, quindi, pensiamo alle elezioni come un fenomeno europeo e non rimaniamo schiacciati sul presente ma ne valorizziamo la dimensione diacronica, vediamo anzitutto che le elezioni, in Europa, sono sempre state un fenomeno attivo, per differenti cariche ed uffici e con variegate forme di suffragio.

Senza alcuna pretesa di esaustività e solo per esemplificare, ricordiamo allora la democrazia ateniese, il Senato e le province romane, le elezioni papali, (in un primo tempo per acclamazione clericale, per arrivare nel 1179 al Collegio cardinalizio), i Kurfürsten per il Sacro Romano Impero germanico, le elezioni nelle gilde e nelle corporazioni comunali e nelle Regole nelle vallate alpine, i parlamenti nazionali nei regni ottocenteschi fino alla recente estensione universale (anche se la limitazione anagrafica rimane l’irrisolto punctum dolens di una universalità affatto sostanziale) del suffragio in tutta Europa.

Figli di questa lunghissima storia (o meglio, di queste storie, res gestae, e delle loro narrazioni, historia rerum gestarum), nella nostra attuale esperienza, viviamo indubbiamente in una campagna elettorale permanente2 che ci rende edotti sulla politica con un fastidioso, grottesco ed enfatico rumore di fondo; non intendo in questa sede commentare3 questa venefica situazione (e i gradi di responsabilità e le sue cause efficienti) quanto sottolineare la necessità di antidoti: un ipotetico antidoto consiste proprio nella ricerca di storie4 passate che consentono di specchiarci in una inattualità à la Nietzsche, ricca di riflessi forse utili e forse dannosi,5 ma che ci offrono spunti di riflessione e che possono, anche ed auspicabilmente, ispirarci per modificare le nostre idee e i nostri comportamenti. 

Uno specchio di particolare interesse per il fenomeno elettorale sono i tituli picti dell’antica Pompei: la straordinaria conservazione materiale dei documenti congiunta ad un frangente storico che vede l'Impero romano nel suo primo splendore ma con ancora l'eco del periodo repubblicano e della sua dialettica politica, rendono i manifesti elettorali della città vesuviana una fonte ricchissima per comprendere come le elezioni fossero parte del mondo-della-vita dei cittadini romani (e, di conseguenza, per riflettere sui nostri vissuti relativi alle elezioni che fanno parte del nostro mondo-della-vita).

2 Lectio Pompeiorum

Dalla fine delle monarchia e certamente dal plebiscito del 432 a.C. sul curioso caso dello sbiancamento, a fini propagandistici, della toga, a Roma l’ambitus (che contiene il significato etimologico, concreto in prima battuta ma in seguito astratto, di girare intorno a qualcosa o a qualcuno, ovvero nello specifico all’elettore e alla carica elettiva), viveva nella dialettica tra crimen ambitus (e processi de ambitus, per corruzione) e successo elettorale, quasi a rappresentare l’oscillazione (originaria?) tra vizio e virtù dell’ambizione politica.6

Per esemplificare, sappiamo con certezza che l’illustre Gaius Iulius Caesar venne eletto pontefice massimo nel 63 a.C. nonostante i suoi convincimenti epicurei7 attraverso una impegnativa opera di persuasione fondata principalmente su regalie ed elargizioni di denari e con lo stesso, generoso approccio ottenne la seconda carica di pretore nell’anno successivo.

I costi di queste due campagne elettorali sommamente impegnative avevano spossato le sue finanze. Il suo indebitamento era un fenomeno preoccupante. Cesare sapeva bene che una delle soluzioni estreme per chi fosse assediato dai debiti era la guerra civile (Canfora, 2006, p. 29).

Questa strategia non era prerogativa di Cesare anzi, secondo Sallustio, si trattava di una prassi consolidata nella repubblica, che oscillava tra concussioni varie e processi de ambitu (per corruzione), e che ne ha determinato nel lungo periodo l’inevitabile tracollo.

Il capoparte indebitato, tallonato dai debitori per anni, se ottiene una provincia succulenta, o addirittura riesce a imporre il suo predominio nella repubblica, drena ricchezze: nella convinzione non infondata che, in un sistema politico siffatto, quella è la base (Canfora, 2006, p. 34).

Un’altra pratica tanto frequente quanto stigmatizzata consisteva nel corrotto supporto dei nomenclatores; i candidati si accompagnavano a schiavi ben informati che, nell’incontro in luogo pubblico di un potenziale votante, suggerivano loro (o, meglio, sussurravano) dettagli fino a quel momento sconosciuti, simulando in tal modo la conoscenza diretta e un sincero interessamento per le vicende esistenziali del votante stesso e simulando, per estensione, una presa in carico delle esigenze dell’elettorato, nell’intento di abusare la credulità popolare.

Soleano li Romani nell’ambire gli onori valersi per conseguirli di servi ben pratici della Città, che Nomenclatori si nominavano dal saper ridire li nomi di tutti coloro, che nei Comizi davano i voti. Li Candidati per tanto salutando con l’aiuto dei Nomenclatori, per nome proprio i votanti, e supplicandoli, accattavano più facilmente la loro benevolenza, e favore (Melchiori, 1748, p. 63).

La religione pagana che, attraverso la cinica lezione di Polibio sul timore delle entità superiori, veniva manipolata come instrumentum regni, la compravendita dei voti, l’abuso di potere nel pubblico ufficio e della credulità popolare, sono di certo motivi del sanguinoso crollo della repubblica romana ma, con il passaggio al regime imperiale e con la pax augustea assistiamo alla centralizzazione del potere per le cariche apicali (e con una riduzione delle competizione elettorale per assicurarsene gli uffici) mentre continuò la significatività e l’attività del voto municipale. È opportuno ricordare, con un certo, inevitabile smacco, che la libertà di voto (e la significatività del medesimo) non sempre e automaticamente è stata coincidente con i regimi repubblicani, in particolare allorquando questi sono arrivati a perdere la loro intenzionalità originaria, e che invece è stata spesso presente e funzionante persino in regimi autocratici (limitatamente ad alcuni organi politici).

C(aium) Ateium Capitonem aed(ilem)

rogamus coloni et incolae

(Votate) Caio Ateio Capitone come edile:

lo chiediamo coloni e «indigeni».

   

Sallustium Capitoname aed(ilem)

o(ro) v(os) f(aciatis) caupones facite

Votate Sallustio Capitone come edile.

Osti, sostenetelo.

   

(O)vidium Veientonem

Trebi Valens fac aed(ilem) et ille te faciet

Trebio Valente, vota come edile Ovidio Veientone anche lui poi ti voterà.
   

A(ulum) Vettium Frimum Aed(ilem) o(ro) v(os) f(aciatis) d(ignum) r(ei) p(ublicae)

Pilicresci facite

Votate Aulo Vettio come edile:

(è) meritevole della pubblica amministrazione. Giocatori di palla, votatelo.

   

M(arcum) Epidium Sabiunm d(uovirum) i(ure)

dic(undo) o(ro) v(os) f(aciatis)

dig(nus) est

defensorem coloniae ex sententia Suedi

Clementis saneti iudicis

consensus ordinis ob merita eius et probitatem

dignum reipublicae faciat(is)

Sabinus dissignator cum plausu facit

Votate Marco Epidio Sabino come duoviro [giusdicente;

è persona meritevole;

difensore della colonia a giudizio di Suedio [Clemente retto giudice,

meritevole della pubblica amministrazione

a parere del consiglio «municipale»

per i suoi meriti e la sua onestà: votatelo!

Sabino, la maschera degli spettacoli, lo sostiene [con l’applauso

   

C(aium) Cuspium Pansam aed(ilem)

aurifices universi

rog(ant)

Per Caio Cuspio Pansa come edile,

tutti gli orefici

chiedono il voto.

   

Lollium

aed(ilem) o(ro) v(os) f(aciatis)

tegettari rog(ant)

Votate Lollo

come edile;

lo chiedono i fabbricanti di stuoie

   

C(aium) Lollium

Fuscum (duo) vir(um) v(iis) a(edibus)

s(acris) p(ublicis) p(rocurandis)

Asellinas rogant

nec sine Zmyrina

Per Caio Lollio Fusco

come duoviro addetto alle strade e agli edifici [sacri e pubblici

chiedono il voto le ragazze di Asellina,

non esclusa la Smirina.

Proprio a partire dai tentativi reiterati di estendere la partecipazione politica mediante l'attività elettorale (il cui esempio paradigmatico è la tortuosa istituzione della magistratura del tribunus plebis), è riscontrabile una oscillazione tra l'opposizione e l'ostruzione all'estensione del diritto di voto e un'estensione fattiva delle attività assembleari ed elettorali che occupava in modo pletorico la vita degli antichi romani, con tutti i pro et contra della situazione.

Pare che nel calendario pre-giuliano della tarda età repubblicana, i dies comitiales si attestassero infatti come i più numerosi e fossero proprio quelli nei quali non solo ci si poteva occupare degli affari legali e pubblici, come accadeva nei dies fasti, ma anche gli unici nei quali si potevano convocare i vari tipi di assemblea (centuriata, tributa e curiata).8 

I manifesti elettorali (denominati programmata dagli antichi e tituli picti dalla letteratura epigrafica) di Pompei riguardano invece i cittadini dell’Impero, che si abituarono a votare in un clima più pacifico (sempre per i canoni dell’epoca, naturalmente…) e con una corruzione meno diffusa; questi manifesti sono particolarmente significativi proprio perché attengono a cariche popolari (dunque parliamo di un esercizio elettorale di sovranità limitata), tenuto conto che, nel mentre, a Roma la lotta attorno all’imperatore e ai suoi poteri riprese, dopo il principato di Augusto, con una certa crudeltà.

Le cariche municipali costituivano anche una concreta opportunità di partecipazione politica, e dalla repubblica marcatamente oligarchica che ammetteva comunque homines novi si passò probabilmente ad un allagamento tanto della base elettorale quanto dei candidabili ai pubblici uffici; si votava per le magistrature dei duoviri, che, oltre al prestigioso eponimato, avevano il potere esecutivo, e che amministravano la giustizia, limitatamente alle cause civili, e degli aediles, di rango inferiore, che si dedicavano alla complessa gestione di annone, strade, polizia, ludi, terme e altari votivi.

I programmata sono relativi alle elezioni della Pompei (che era una colonia de iure e un municipio de facto) tra il 62 d.C e il 79 d.C. ovvero tra il devastante terremoto avvenuto sotto il principato di Nerone e l’apocalittica eruzione vulcanica sotto il principato di Tito.

In questo quadro possiamo dunque inserire i tituli picti elettorali di Pompei.

La propaganda parietale è qui riportata nella forma del testo a fronte e, allo scopo di immaginare meglio il contesto nel quale i cittadini di Pompei avevano a leggere, è bene sapere che i manifesti venivano pittati con il favore delle tenebre tanto per poter scegliere luoghi evidenti ma che potevano destare un intervento dei proprietari (oltre ai legittimi assi viari principali, la propaganda animava anche tombe monumentali e le quiete ville suburbane) quanto per contare su una sorta di effetto sorpresa e per attivare un dibattito.

A Pompei i magistrati erano eletti dal populus mediante una convocazione assembleare denominata comitatus, non avevano alcun emolumento, dovevano pagare i loro collaboratori, tra i quali spiccavano uno scriba e un haruspex (che sostanzialmente sostituiva la statistica odierna con l’aruspicina) e ogni cittadino poteva ambire alla carica. Da queste scritture, risulta esserci stata una partecipazione diffusa e un confronto esplicito di diversi interessi familiari e di gruppi sociali: osti, indigeni, orefici, fabbricanti di stuoie e persino tale fanciulla Smirina sembrano interessati, indirettamente o direttamente, al portare suffragatores al loro candidato di riferimento. L’autolegittimazione di questi suffragatores (cacciatori di voti) era determinata dalla sigla OVS (oro vos faciatis), un imperativo invito a incidere il nome del candidato con uno stilo in una tavoletta cerata.

L(ucium) Statium Receptum

(duo) vir(um) i(ure) d(icundo) o(ro) v(os) f(aciatis)

vicini dignus

scr(ipsit) Aemilius Celer vic(inus)

invidiose

qui deles ae[g]rotes

Votate, o vicini, Lucio Stazio Recetto

Come duoviro giusdicente,

(egli lo) merita.

Ha dipinto Emilio Celere che abita vicino.

Invidioso

che cancelli,

che ti venga un male.

   

Gavium aed(ilem)

Marcellus Praenestinam amat et non curatur

Gavio come edile.

Marcello ama Prenestina ma non è ricambiato.

   

C(aium) Iulium Polybium

aed(ilem) v(iis) a(edibus)s(acris) p(ublicis) p(rocurandis)

lanternari tene

scalam

(Votate) Caio Giulio Polibio come edile

Addetto alle vie e agli edifici sacri e pubblici.

Lanternai, reggi

la scala.

   

M(arcum) Cerrinium

Vatiam aed(ilem) o(ro) v(os) f(aciatis) seribibi

universi rogant

scr(ipsit) Florus cum Fructo [—]

Votate Marco Cerrinio Vazia come edile;

tutti i beoni nottambuli

sollecitano il voto per lui.

Ha scritto Floro insieme a Frutto…

La vivacità dei manifesti e le scritte posticce e avulse sembrano confermare la partecipazione popolare alla campagna elettorale, anche in chiave di divertenti sabotaggi, i quali però non sono connotati da vere e proprie intimidazioni e denigrazioni quanto da strategie ironiche o da evagationes (divagazioni e distrattori) che toglievano pathos e serietà al messaggio.

Da quanto è dato osservare, in una lotta che era certamente senza esclusione di colpi (anche fuor di metafora , visto che gli stessi funzionari avevano spesso con sé un pugio, nascosto sotto le vesti o in bella vista, per ogni evenienza) si puntava a perorare il proprio candidato piuttosto che a diffamare i candidati avversari o malvisti; nelle quasi 3000 iscrizioni è piuttosto evidente lo sperticato elogio del proprio candidato, essendo egli comprovato vir bonus, egregius, frugis, verecundissimus, integrus, innocens, dignissimus, omni bono meritus e persino innocuae aetatis (di un’età che è lontana dal male).

Anche questa sfumatura può farci sorridere ma segna purtroppo un’altra stimmate del nostro imbarbarimento comunicativo, in quanto la cultura politica coeva demonizza l’avversario elettorale e lo rende propriamente un nemico; se lo stile pompeiano è più ludico (all’epoca di era molto conosciuto e apprezzato, persino da non letterati, l’Apokolokýntosis di Seneca, una satira spietata sull’imperatore Claudio) lo spettacolo e il “confronto” della nostra politica, pur in presenza di varie forme satiriche anche multimediali, intelligenti e sofisticate, sono centrati sul disgusto e sulla demonizzazione altrui e non solo da parte dell’uomo della strada ma, e non a caso, tra diretti antagonisti nella competizione elettorale e i loro ufficiali sostenitori.

Proprio relativamente a questo imbarbarimento contemporaneo può fornire una chiave interpretativa il controverso Carl Schmitt, che ha messo in luce come l’Europa moderna sia arrivata ad una forma di teologia politica9 e ad una sistematica ipostatizzazione del nemico per perpetrare il conflitto oltre ogni ragionevole necessità, spesso per assicurare miserabili prebende per un gruppo sociale; nel 1932, il filosofo politico tedesco propone questo sinistro ragionamento:

Ogni contrasto religioso, morale, economico, etnico o di altro tipo si trasforma in un contrasto politico, se è abbastanza forte da raggruppare effettivamente gli uomini in amici e nemici. Il “politico” non consiste nella lotta stessa, che ha le sue proprie tecniche, psicologiche e militari, ma, com’è stato detto, in un comportamento determinato da questa possibilità reale, nella chiara conoscenza della situazione particolare in tal modo creatasi e nel compito di distinguere correttamente tra amico e nemico (Schmitt, 20, p. 120).

Per non demoralizzarci troppo, possiamo però vantarci di un essenziale progresso che ci riguarda: lo ius suffragii romano era prerogativa maschile ed era del tutto interdetto alle donne; se, infatti, sono note le storie di numerose donne con cariche importantissime e regnanti, il voto è rimasto, per millenni, un istituto quasi esclusivamente misogino (tanto che l’imperatore Eliogabalo, che aprì il Senato alle donne, fu colpito dalla più infamante damnatio memoriae della storia romana), ed è ulteriormente significativo che solo le donne “appartenenti a ceti sociali piuttosto bassi, si cimentassero apertamente nella campagna elettorale” (Canfora, 1992, p. 23) come la summenzionata Smirina.

Perciò, che si tratti dell'estensione della corruttela elettorale dai tempi repubblicani a quelli imperiali, che si tratti di elezioni utilizzate come sacramento celebrativo del potere economico-militare e dello status, che si tratti di propaganda elettorale che consente la partecipazione popolare, appare del tutto evidente che la traccia pompeiana, inserita nella lunga storia del voto romano, documenti, in termini di originarietà del fenomeno, sia il potenziale diseducativo della competizione elettorale (malcostume amministrativo, falsificazione delle informazioni, banalizzazione delle tematiche di comune interesse, esclusione a priori di intere fasce di popolazione) che le sue aspettative educative (partecipazione diffusa alla cosa pubblica, alternanza incruenta alle cariche pubbliche dei diversi ceti sociali, aumento della qualità dei ragionamenti politici).10 Alle luce di questa traccia pompeiana, la nostra consapevolezza storica, tra il cinico e il fatalista, del nihil sub sole novum si completa con la speranza pedagogica, anch’essa originaria della pratica elettorale, di far prevalere le direzioni di senso che valorizzano la cittadinanza e la partecipazione politica.

L’impronta lasciata dalla res publica Pompeiorum ci fa riflettere su come la nostra cultura politica originaria abbia nelle elezioni uno degli istituti più storicamente stratificati e dal senso più traballanti; nella consapevolezza dell’imprescindibile oscillazione tra la volontà di condividere le scelte politiche e l’inclinazione a strumentalizzare la partecipazione pubblica, una buona educazione alla cittadinanza dovrebbe sottolineare e far comprendere, su base storica e con tensione pedagogica, la fragilità del suffragio e la necessità per il cittadino di confrontarsi francamente con tale fragilità, essendo proprio il cittadino, in ultima istanza, a poterne determinare il senso.

Riferimenti bibliografici

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  1. Piero Bertolini ha più volte manifestato la sua preoccupazione per il problema pedagogico dello schiacciamento sul presente, relativamente ai danni generali in termini di Bildung e all’immiserimento dell’etica contemporanea che “[…] si è lasciata schiacciare dal presente, enfatizzando i valori espressi dall’organizzazione sociale ed economica vincente o quanto meno mostrando di accettarla supinamente.” (Bertolini, 1999, p. 43)↩︎

  2. Ed è in questa sede superfluo precisare che questa permanenza non ha nulla da spartire con la relazione fenomenologica tra permanenza ed emergenza nella quale si struttura il processo storico. “Nel processo storico avviene sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che, in quanto attua delle possibilità, emerge dal passato. L’emergenza è essenziale alla struttura del processo. Essenziale è l’emergenza come lo è la permanenza e non c’è processo storico che non sia il permanere di qualcosa che emerge rinnovandosi nel futuro. Dire che non c’è sintesi storica senza permanenza e senza emergenza vuol dire che nella storia deve perdurare una certa analogia di forme esistenziali ma che tale analogia non può non permanere se non rinnovandosi.” (Paci, 1957, p. 49)↩︎

  3. Il pregevole approccio costituzionalista moderno sottolinea che la conquista del principio democratico del voto come diritto individuale è correlato a quello di uguaglianza (Azzariti, 2013) ma questa conquista non è di per sé garante della condivisione del senso stesso del votare, essendo condizione non sufficiente per garantire la partecipazione effettiva dei cittadini, come possiamo osservare almeno da due decenni nel Vecchio Continente.↩︎

  4. La stessa idea di storia, fin dai tempi di Erodoto, intreccia elementi specificamente documentali ed elementi specificamente narrativi, per cui è opportuno considerare in termini pedagogici e metacognitivi, tutto il cosiddetto pensiero narrativo, sulla scorta dell’opera di Jerome Bruner, Marco Dallari, Andrea Smorti e Duccio Demetrio.↩︎

  5. Nella Seconda inattuale, Friedrich Wilhelm Nietzsche ipotizza la distinzione in storia monumentale, storia antiquaria e storia critica che rispettivamente dovrebbero nutrire le aspirazioni, le tradizioni e la volontà di cambiamento degli esseri umani mantenendoli all’interno di un orizzonte. Si legga Nietzsche (2016).↩︎

  6. “Il sostantivo ‘ambitio’ denota la stessa azione dell’ambire, come ci ricorda Paolo Diacono nella sua epitome dell’opera di Festo, De verborum significatione (ed. Lindsay, 15): «Ambitio est ipsa actio ambientis». L’ ‘ambitio’ può essere pertanto una forma di petitio particolare per le modalità adoperate diretta ad ottenere un qualunque vantaggio (non solamente l’insediamento in una carica pubblica). Ma il termine in esame, come pure l’aggettivo ‘ambitiosus’, rivelano anche un senso più intimo, non relazionale, esprimendo, come nella corrispondente terminologia italiana, le aspirazioni personali, le ‘ambizioni’ nutrite in particolare da chi intende affermarsi nella vita politica. L’ambitio in tal senso è generalmente intesa come un vizio dell’animo umano; essa tuttavia può anche essere un fattore di virtù (v. Quint., Inst. orat. 1.2.22: «Licet ipsa vitium sit ambitio, tamen frequenter causa virtutum est»).” (Trisciuoglio, 2017, pp. 21-22)↩︎

  7. “Questo genere di concezione laica e strumentale insieme della religione era familiare a Cesare, né a lui soltanto. Diventare pontefice massimo di questa monumentale e ingannevole macchina religiosa-culturale-politica deve averlo anche divertito. Ma la conquista del potere politico era per lui un obiettivo troppo serio e cogente perché avesse un senso ai suoi occhi cercare una qualche coerenza tra l’intima persuasione nel campo religioso e il comportamento pubblico.” (Canfora, 2006, p. 27)↩︎

  8. Le letture di saggi curiosi e scorrevoli quali Un anno nella antica Roma (Marqués, 2018) e  La corruzione politica nell'antica Roma (Perelli, 1994) ci possono far immergere in questa storia politica lontana ma non dissimile, in quanto a criticità, all'esperienza contemporanea, richiamandoci, immer wieder, alla centralità del fenomeno educativo nella ricerca del senso delle attività umane.↩︎

  9. “Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati. Non solo in base al loro sviluppo storico, poiché essi sono passati alla dottrina dello Stato dalla teologia, come ad esempio il Dio onnipotente che è divenuto l'onnipotente legislatore, ma anche nella loro struttura sistemica, la cui conoscenza è necessaria per una considerazione sociologica di questi concetti. Lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo di un miracolo per la teologia.” (Schmitt, 1972, p. 61)↩︎

  10. Cfr. nota VI e, per approfondimenti sulla effettiva realizzazione storica della democrazia e della partecipazione consapevole nei secoli IV-III avanti Cristo, si legga Guarino (1979).↩︎

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